- 17 Dicembre 2017
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Testimoni della Verità
 
DON TONINO BELLO E MOLFETTA
 
35 anni fa il suo ingresso nella città

Sergio Magarelli

21/11/2017 - Don Tonino Bello faceva il suo solenne ingresso nella nostra città e nella diocesi di Molfetta il 21 novembre del 1982, dopo la consacrazione episcopale avvenuta a Tricase il 30 ottobre dello stesso anno. Il rapporto che il vescovo instaura con Molfetta esprime un antico legame che risale sin dai tempi dei suoi studi liceali nel Seminario regionale. Un legame che, con il passare degli anni e soprattutto a partire dalla sua nomina a vescovo, si è rafforzato in modo evidente e convincente: «Ne ho conferma quando sono fuori Molfetta. Dopo due o tre giorni ho già nostalgia di voi, anche quando vado giù a trovare i miei parenti».
Ma don Tonino è consapevole anche di un’altra realtà, quella di una città che copre anche abbastanza bene i malesseri di una società e di una comunità ricca di problematiche. Non lo nasconde, e lo afferma apertamente nel corso di una intervista: «La sensazione più frequente che mi accompagna da quando mi trovo a Molfetta è lo sgomento di fronte ai tanti problemi della nostra comunità». Don Tonino Bello si sente addirittura corresponsabile di questa situazione, arriva ad affermare che «quando passo dai quartieri nuovi della città io penso con preoccupazione: “Ecco, qui c’è gente che è affidata alle mie cure pastorali. Che cosa faccio io per loro?”. Quando per la strada incontro persone che non rispondono al mio saluto, io penso con rammarico: “Ci sono ancora tanti nella nostra città che non conoscono il loro vescovo. È segno che la mia azione non raggiunge tutti”». Ma non è proprio così, perché la città di Molfetta trascinava da diverso tempo situazioni di degrado percepite e documentate già da monsignor Aldo Garzia, predecessore di monsignor Bello, il quale nel gennaio del 1982 dichiarava che: «Il problema più sentito è il degrado della morale. Non vi sono difficoltà per l’ortodossia, cioè per le verità di fede; molte sono, invece, quelle dell’ortoprassi, cioè quelle del comportamento. La fede non è insidiata da errori teologici ma dal costume corrente». Quel costume che don Tonino Bello ha più volte contestato e affrontato in diverse circostanze durante il suo intero episcopato, dall’autunno del 1982 alla primavera del 1993.
Sono trascorsi ormai 35 anni dall’inizio del suo ministero episcopale, durato appena un decennio ma sostanzialmente abbastanza per rilevare con autorevolezza d’indagine il suo rapporto con la città, con gli intellettuali, con gli amministratori, con il suo presbiterio. Una presenza quasi sempre percepita scomoda, ma riconsiderata diversamente solo dopo la sua prematura scomparsa. Come il vescovo ha manifestato questa scomodità? Semplicemente annunciando e testimoniando il Vangelo. Anzi, prima vivendolo senza sconti e dopo predicandolo con incredibile audacia, esponendosi senza alcuna difficoltà di fronte all’opinione pubblica e di fronte ai richiami che non sono mancati perfino dagli “ambienti” romani. Molfetta impara a conoscere la “diversità” di don Tonino soprattutto nel 1984. In quell’anno la legge 377 sull’aggiornamento dell’equo canone aveva procurato non pochi e discutibili ripercussioni negli strati sociali più deboli, e anche nella nostra città l’aumento degli sfratti aveva toccato vertici non tollerabili. Don Tonino, di fronte all’inerzia dell’amministrazione pubblica assunse l’iniziativa, insolita e provocatoria, di affiggere sui muri della città di Molfetta un manifesto di protesta. Lo scopo del vescovo era di denunciare la situazione insostenibile, ma contemporaneamente di provocare l’opinione pubblica e gli apparati della politica locale. È chiara l’intenzione di don Tonino di schierarsi con la moltitudine degli ultimi e dei poveri, condannati a fare i conti con una problematica molto seria. Anche le sue parole si fanno molto serie quando dice che «non c’è solo crisi di alloggi, c’è crisi di amore. A Molfetta le case ci sono. Potrebbero bastare per coprire l’emergenza». Infatti il vescovo si era adoperato per raccogliere i giusti dati, così come si era adoperato, insieme a alcuni suoi collaboratori, per trovare alternative valide a coloro che, senza casa, avevano bussato alle porte del suo appartamento. Egli per primo ospitò nel palazzo vescovile, nel suo appartamento inutilizzato, diverse famiglie rimaste senza tetto. Si mobilitò per trovare sistemazioni più adeguate. E nel frattempo la vicenda del suo appartamento condiviso con gli sfrattati, non vista di buon grado da alcuni confratelli nel sacerdozio, e anche da una buona parte dei benpensanti, arrivò polemicamente in Vaticano.
Per avere un altro squarcio di pensiero del vescovo nei confronti della città, dobbiamo fare riferimento al 1987. Questa volta i destinatari sono gli intellettuali, e don Tonino accusa loro di tradimento: «Oggi voglio parlarvi del vostro tradimento. E non quello da voi messo in atto come ritorsione nei confronti della chiesa, ma di quello ben più grave da voi operato nei confronti della città». Sono chiari i segnali di denuncia che il vescovo indirizza ai destinatari della sua lettera. «Ci state lasciando soli», afferma, «vi siete ritirati nelle vostre torri d’avorio, non si sa bene se a meditare vendetta, o a ruminare sterili supplementi di analisi, o a contemplare dalle vostre aride specole i fasti di una dietrologia senza speranza. Siete latitanti dall’agorà. È più facile trovarvi nelle gallerie che nei luoghi dove si esprime l’impeto partecipativo che costruisce il futuro. State disertando la strada». Si fa duro quando dice che «intanto la città muore. Col vostro nulla osta. La città benestante, consapevole dei suoi mezzi ma cieca nei suoi fini, corre verso un degrado di felicità mai conosciuto finora; mentre la città diseredata vive in simbiosi con la disperazione più nera e langue per asfissia da futuro». Nelle parole che seguiranno, don Tonino denuncia lo stato in cui versa la città di Molfetta. Sono parole che dipingono un quadro reale, concreto, anticipando nella descrizione situazioni che si ripresenteranno cinque anni più tardi alla vigilia di un bruttissimo fatto di cronaca. «Ma non posso chiudere gli occhi –, dice il vescovo –, di fronte alle situazioni pesantissime di miseria, di disoccupazione, di violenza, di ingiustizia, di violazione dei diritti umani, di affossamento dei valori, di degenerazione della qualità della vita e di cento altri fenomeni patologici, di fronte ai quali viene chiamata in causa la vostra correità di intellettuali che, pur essendo vestali della luce e sentinelle della città, scorgete la barbarie andare in metastasi nel tessuto delle nostra convivenza, e continuate a star zitti. Ci state lasciando soli a tamponare emorragie e a fasciare piaghe sulle trincee».
Il problema della città e l’analisi della sua situazione è facilmente riscontrabile in un altro testo di don Tonino, «Ti adoro ogni momento», scritto qualche giorno dopo la festività del Corpus Domini nel giugno del 1992. Forse per la prima volta in modo diretto si scorge nelle parole del vescovo la sua amarezza, la sua delusione per aver riscontrato una città insensibile, una comunità che manifesta i primi veri segnali di un malessere diffuso. «È triste dover prendere atto degli effetti devastanti che la secolarizzazione sta producendo in mezzo a noi», così introduce il vescovo il suo scritto. E poi prosegue. «Ma è ancora più triste dover prendere atto che, come comunità cristiana, ci stiamo assuefacendo al clima. Con una punta di fatalismo e senza la carica reattiva della speranza». Il vescovo precisa il suo dispiacere riferendosi alla processione del Corpus Domini, e passa a illustrare il suo disappunto. Nel testo che segue, si nota da subito l’intenzione del vescovo di voler essere preciso nella sua disamina, è intenzionato a presentare un quadro completo e documentato di ciò che ha visto non rinunciando, tuttavia, a considerarsi parte in causa e in qualche modo a porsi inquietanti interrogativi. «Mentre reggevo il Santissimo Sacramento», scrive don Tonino «ho incrociato tantissimi adolescenti che, avanzando in senso contrario, chiacchieravano tra loro a alta voce, assolutamente estranei al passaggio del Signore». Comincia a questo punto a porsi una serie di interrogativi: «Questi li avrò cresimati io! Perché non si fermano? Non si segnano neppure! Abbiamo aumentato gli anni della catechesi, ma come mai non hanno capito la centralità dell’Eucarestia? Siamo noi che non abbiamo saputo trasmettere convinzioni forti, oppure è l’onda lunga della indifferenza che ha cancellato le tracce del nostro lavoro?». Il testo del vescovo prosegue: «Strade semideserte: dov’è la gente che si assiepa al passaggio del Re? Balconate chiuse: dove sono i drappi oscillanti alle ringhiere? Carestia di fiori: dov’è la pioggia ininterrotta di petali che un tempo ti investiva l’anima di aromi di campo e disegnava nell’aria volteggi di colori? Penuria di luci: meno male che il Signore, la luce, se l’è appesa da solo, nel cielo splendido di questo primo vespro d’estate. È questa la domenica spenta della nostra città?». Don Tonino, inoltre, risulta eccessivamente rammaricato quando durante la pro- cessione del Corpus Domini nota in città l’assenza del decoro. «In più punti», continua don Tonino, «i cassonetti della spazzatura rovesciati per terra nella più nauseante desolazione. Ho tentato di leggervi in positivo il simbolo della nostra immondizia spirituale, sparsa lì sul selciato, tra il raspare dei gatti, in attesa di redenzione. Ma non ce l’ho fatta a portare a termine questo sforzo di sublimazione. E ho continuato a pensare che, se per le strade fosse dovuto passare in visita ufficiale Riccardo Muti, nonostante lo sciopero dei netturbini, non dico il Comune, ma almeno gli abitanti dei dintorni avrebbero provveduto a non offrire all’ospite lo spettacolo di quella squallida indecenza».
Qualche settimana dopo è il tragico evento della morte del sindaco Gianni Carnicella a manifestare i sentimenti che don Tonino Bello prova nei confronti della città, quando al termine dell’omelia dei funerali del sindaco ucciso afferma: «Ecco perché, Signore Gesù, ti vogliamo implorare per la nostra città. Fa’ che non ceda allo smarrimento. Non sia turbato il suo cuore! Preservala dallo scetticismo di non farcela più. Infondile l’audacia di rompere con le trame residue della disonestà organizzata, aiutala a incamminarsi con coraggio sulle strade del rinnovamento e della trasparenza. Toglile presto l’abito da lutto e ridonale le vesti dell’esultanza. Cancella la vergogna dal suo volto. Cingile la fronte dell’antica nobiltà. E accetta l’olocausto che si è consumato sul primo cittadino come rito espiatorio per tutti i nostri peccati comunitari». Le parole del vescovo che auspicano per la comunità un ritorno ai fausti di un tempo, evidenziano, qualora ce ne fosse ancora bisogno, il legame e l’affetto che lo legano a questa città. E proprio questo legame, che unisce il vescovo e la sua città, per certi versi giustificherà l’iniziativa da parte del Consiglio Comunale di deliberare il conferimento a don Tonino Bello della “cittadinanza onoraria” e del “Sigillo d’Onore” della municipalità, «per le sue eccezionali benemerenze acquisite nel servizio pastorale reso alla Città, a un tempo, concretamente e esemplarmente dedicandosi anche alla promozione culturale, umana, sociale, dei Suoi Figli, particolarmente più bisognosi, facendo dei bisogni di essi, e non soltanto spirituali, i primi destinatari del Suo evangelico Annuncio, quotidianamente testimoniato con fiducia e speranza». L’evento assume connotati contradditori. Infatti è probabile che lo stesso don Tonino ne sia rimasto perplesso, consapevole del fatto che spesso i politici della città hanno ridimensionato e a volte schernito i suoi messaggi, i suoi scritti, i suoi interventi, ricorrendo a espedienti e comportamenti poco ortodossi. Così si spiega la sua reazione di fronte al riconoscimento: «Se hanno deciso di conferirmela ora significa che hanno avuto sentore che sono prossimo alla fine». Ciò non nega, comunque, il suo orgoglio per aver ricevuto questo onore. Ormai è legato perennemente alla città di Molfetta, la sua città, una città che «ha molta voglia di sacro ma poco desiderio di santità».
In occasione del suo decimo anniversario d’episcopato, nel novembre 1992, pochissimi mesi prima della dipartita, durante la cerimonia di consegna del sigillo d’onore della città, don Tonino afferma: «Io non sono al 25°, ma al 25° sarò io a conferire alla città di Molfetta una onorificenza». Il 27 novembre 2007, esattamente nel mese del 25° anniversario (don Tonino il 21 novembre 1982 faceva il solenne ingresso in Molfetta), la Congregazione per la Causa dei santi rilascia il “nulla osta” per la sua Causa di beatificazione e canonizzazione. Molfetta accoglie con giubilo la notizia, don Tonino Bello consegna alla città una onorificenza, così come aveva predetto.
A 35 anni dal suo ingresso nella nostra città, sarebbe opportuno ricordare il Servo di Dio Tonino Bello con le parole del suo ultimo appello a Molfetta: «Svegliati dal tuo torpore spirituale, o città che dormi. Non vorrei che anche per te, come per Gerusalemme, il Signore dovesse versare lacrime amare “perché non hai conosciuto il tempo in cui sei stata visitata”». Molfetta è stata visitata dalla sua santità, ma probabilmente non è stata in grado di conoscere quel tempo.