- 19 Novembre 2017
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7. L'ONU DEI POVERI



“Io sono stato anche a Gerusalemme. Ma vi dico che la commozione che ho provato nell'entrare a Sarajevo è stata più forte. Gerusalemme bagnata dal sangue di Cristo e Sarajevo bagnata dal sangue di tanti innocenti, di tanti poveri”.

Una nuova guerra civile, esplosa nella ex Jugoslavia tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992, condizionerà molto l’impegno pastorale di don Tonino, evidenziando ulteriormente il suo carisma profetico e la sua molteplice attività a difesa della pace. E mentre la guerra cominciava a mietere le prime vittime in quella società multietnica, il vescovo molfettese, ancora provato dalla malattia, dovette affrontare la triste vicenda dell’eccidio del sindaco di Molfetta. Infatti, il 7 luglio dello stesso anno il sindaco da poco eletto, Gianni Carnicella, fu assassinato da un organizzatore di un concerto i cui sviluppi avrebbero messo in difficoltà l’ordine pubblico, e per quel motivo il povero Carnicella si era impegnato affinché tale concerto non avesse luogo. Tutto questo scatenò l’ingiustificabile ira dell’organizzatore che, senza scrupoli, con un colpo di fucile a canne mozze mise fine alla giovane esistenza del sindaco democristiano. La morte del sindaco Carnicella aveva dato pure la possibilità a don Tonino di “richiamare” l’intera città ad un ordine civile e morale, mostrando chiara l’immagine dello stato in cui Molfetta versava. Così durante l’omelia della cerimonia funebre, svoltasi il 9 luglio, don Tonino non risparmiò frecciate indirizzate alla responsabilità di tutti, soprattutto delle autorità politiche ma anche religiose. «Incredibile. Un permesso negato, per oggettive ragioni di sicurezza, all’ambigua manifestazione del cantante di turno. La minaccia intimidatoria dell’organizzatore, sui gradini di una chiesa. La resistenza ferma e dignitosa del sindaco. Poi il fucile a canne mozze che, a distanza ravvicinata, ha chiuso il discorso. Ma ne ha aperto un altro», continua don Tonino, «inquietante e amaro. È il discorso sul malessere della città. Un malessere che, in modo spesso maldestro, vogliamo rimuovere dalla nostra coscienza e del quale facciamo fatica a prendere atto, forse perché troppo fieri del prestigio del nostro passato».
Anche l’estate del 1992, l’ultima per don Tonino, si rivelò densa di preoccupazioni e di avvenimenti che avvilirono il vescovo moralmente, ed ora anche la sua salute ricominciò a peggiorare ulteriormente. L’esito di una nuova TAC, a cui don Tonino si era sottoposto, e che evidenziò il progredire del tumore, fu inviato a Parigi all’ospedale “Gustave Russie”. Da Parigi intanto fu comunicato l’inevitabile ricorso alla chemioterapia a cui il vescovo molfettese fu sottoposto, e al primo ciclo di essa per tre giorni don Tonino si ricoverò al Policlinico di Bari. Cives lo istruì circa le conseguenze di quella terapia, gli parlò della caduta dei capelli… E don Tonino sempre “in gran forma” spirituale gli rispose: «Spero che con i capelli non mi cadano anche le idee!». Nell’ottobre del 1992, in occasione del decimo anniversario dell’Episcopato, il Consiglio comunale di Molfetta deliberò, con voti unanimi e favorevoli, «di conferire a S.E. Mons. Antonio Bello, Vescovo della Diocesi, la “cittadinanza onoraria” di Molfetta e di offrigli il Sigillo d’Onore della Municipalità per le sue eccezionali benemerenze acquisite nel servizio pastorale reso alla Città». Successivamente ricevette anche la cittadinanza onoraria della città di Reggio Emilia e quella di Tricase.
Intanto la guerra nella ex Jugoslavia si infuocava sempre più, mentre don Albino Bizzotto, responsabile del Movimento “Beati i costruttori di pace”, aveva organizzato insieme a don Tonino una marcia a Sarajevo. Furono più di duemila le adesioni, ma poi per motivi di sicurezza partirono solo cinquecento. Don Tonino, nonostante le sue condizioni di salute, volle marciare insieme a quella gente: «Ci andrò anche con le flebo addosso». Il lunedì del 7 dicembre si ritrovano sul porto di Ancona i cinquecento protagonisti della spedizione. Con loro, oltre don Tonino, c’era monsignor Luigi Bettazzi, don Albino Bizzotto e alcune autorità politiche tra cui Eugenio Melandri, Deputato al parlamento Europeo. Le condizioni del tempo sono pessime. Ma si decide di partire ugualmente. Le cinquecento persone giungono sulla costa della ex Jugoslavia, ma da Sarajevo arrivano notizie allarmanti. Dovettero infatti passare alcuni giorni prima di entrare in quella città il sabato del 12 dicembre. «Incredibile l’accoglienza della gente lungo le strade», scriverà don Tonino, «dalle finestre, baci dei bambini. Applausi al nostro passaggio. Strette di mano. Lacrime dei passanti. Il pianto di un soldato». Nel teatro di Sarajevo in quello stesso giorno don Tonino pronunciò un discorso che riassume un po’ tutto il significato di quel suo gesto estremo: «Vedete, questa esperienza è stata una specie di ONU rovesciata: non l’ONU dei potenti è arrivata qui a Sarajevo ma l’ONU della base, dei poveri. L’ONU dei potenti può entrare a Sarajevo fino alle 4 del pomeriggio, l’ONU dei poveri si può permettere… di entrare anche dopo le 7».
Il viaggio a Sarajevo aveva indubbiamente rafforzato gli ideali e le convinzioni di don Tonino, ma aveva altresì indebolito il suo fisico giacché il suo stato di salute entrava inesorabilmente in una fase delicatissima. Si apprestava a compiere l’ultimo viaggio, questa volta per il Paradiso.

Il testo della presente biografia è liberamente tratto dal libro di Sergio Magarelli, Don Tonino Bello Servo di Cristo sul passo degli ultimi, Luce & Vita, Molfetta 1996.