- 19 Novembre 2017
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6. CRISI INTERNAZIONALE



"Non posso chiudere gli occhi di fronte alle situazioni pesantissime di miseria, di disoccupazione, di violenza, di ingiustizia, di affossamento dei valori, di degenerazione della qualità della vita".

Il 2 agosto 1990 accade qualcosa che veramente sa dell’incredibile: ha inizio la crisi del Golfo Persico. Le truppe irachene occupano il Kuwait minacciando la sua indipendenza. E l’8 agosto il governo iracheno proclama l’annessione, considerando il Kuwait quale diciannovesima provincia dell’Iraq. Le Nazioni Unite riuscirono ad adottare, nello stesso giorno dell’occupazione del Kuwait, una risoluzione (n. 660) che condannava l’invasione irachena del Kuwait, esigendo che l’Iraq ritirasse «immediatamente e senza condizioni tutte le sue forze militari nelle posizioni in cui si trovavano il 1° agosto 1990».
Sin da quel 2 agosto, don Tonino aveva seguito con attenzione e dispiacere l’evolversi della crisi, e a chi lo interrogava per saperne di più il vescovo gli presentava chiara e senza mezze parole la sua diagnosi: «La crisi del Golfo Persico sta esprimendo un conflitto in cui l’occidente industrializzato ridefinisce i suoi rapporti di forza con un Sud (e quello arabo rappresenta il Sud più rivendicativo in virtù delle sue risorse energetiche), che chiede di poter uscire da una collocazione storica di subalternità. Non illudiamoci: questo è il vero problema. Mascherato, se vogliamo, con le ragioni del diritto. Ma, in fondo, il contendere si riduce lì: controllare le fonti energetiche indispensabili agli interessi vitali delle società industrializzate, e mantenere tale controllo con la violenza e con la guerra permanente. Di fronte a questa situazione, come credenti siamo impegnati in tre direzioni. Anzitutto, dobbiamo far sentire la nostra voce contro la guerra, intesa come mezzo per risolvere i conflitti. È una illusione tragica continuare a porre la nostra fiducia nelle armi e nelle strutture belliche. Unica garanzia per la sopravvivenza dei popoli oggi è la soluzione nonviolenta dei conflitti. In secondo luogo, dobbiamo far entrare nelle nostre coscienze, mediante lo studio e la ricerca, tutte le strategie approntate dai metodi della difesa popolare nonviolenta. Infine, dobbiamo chiedere alla comunità internazionale di adottare tutte le necessarie pressioni politiche, economiche e diplomatiche, per garantire il rispetto della vita e dei più elementari diritti umani dei Palestinesi. La legittima aspirazione del popolo palestinese ad avere una sua terra e un suo Stato, accolta e ratificata dall’ONU, attende di essere portata a compimento».
Aveva ragione don Tonino, ma come farlo capire alla gente, ai politici, ai governanti, alle Nazioni? Quale “risoluzione” può adottare un vescovo contro la guerra? Non si dava per vinto, si spostava di città in città per spiegare l’assurdità di questa crisi, scriveva sui giornali e riviste, partecipava a trasmissioni televisive spiegando i suoi giudizi, le sue opinioni, le sue posizioni contro la guerra. Infine inviò una lettera ai parlamentari. «Onorevoli parlamentari», scriveva, «ascoltate il vostro popolo. Prima di udire il crepitare delle armi e di sperimentare le conseguenze tragiche di un’altra “inutile strage”, vi supplichiamo di non disattendere la voce della vostra gente che, per la sua sopravvivenza, si sente solo garantita da una soluzione nonviolenta e complessiva del conflitto in corso. Lo diciamo a voi per primi. Osiamo sperare che questa convinzione, che parte non solo dalla logica delle beatitudini ma anche ormai dalle viscere della terra e dalle conquiste della civiltà, verrà assunta responsabilmente da voi tutti». Una lettera, quindi, ben dosata e provocatoria al punto giusto. La conferma vien data dalle parole con cui don Tonino concludeva la lettera: «Risparmiateci, vi preghiamo, la sofferta decisione, quale “extrema ratio”, di dover esortare direttamente i soldati, nel caso deprecabile di guerra, a riconsiderare secondo la propria coscienza la enorme gravità morale dell’uso delle armi che essi hanno in pugno».
Per queste parole don Tonino fu accusato di incitamento alla diserzione, fu deriso dalla stampa che lo definiva “il teologo della diserzione”, fu considerato un pazzo e ancor di più… Niente da fare. La guerra tanta scongiurata dal vescovo molfettese non fu evitata. La cosiddetta “Tempesta nel deserto” cominciò le prime operazioni. Sempre costretto dagli avvenimenti a non potere fare di più di quanto desiderasse, don Tonino pensava al dopo. «Penso di poter dire», ribadiva il vescovo, «che l’idea della guerra risulta nettamente perdente, se non sui tavoli delle cancellerie, o sulle planimetrie dei generali, almeno nella coscienza popolare. Ed è per questo che non dobbiamo demordere». L’idea della pace e della nonviolenza in lui non si spegneranno mai.
Giusto il tempo di vedere finalmente conclusa la guerra del Golfo, che altri guai minacciano la tranquillità interiore e l’integrità fisica di don Tonino Bello. Lo sgretolamento del regime comunista nei paesi dell’Est aveva generato numerose immigrazioni di profughi nell’Europa continentale, dove ragazzi, giovani e adulti si erano riversati alla ricerca di nuovi equilibri economici e sociali. E il popolo albanese, suo malgrado, più di ogni altro fu protagonista di un esodo terrificante e brutale i cui contorni, assai spiacevoli e per niente umani, hanno scritto una delle pagine più amare degli anni novanta. Tutto ha inizio nell’estate del 1990, allorquando circa quattromila albanesi sbarcarono nel porto di Brindisi. L’evento pur recando scompiglio non fu poi troppo allarmante, e le persone vennero “smistate” per i diversi Paesi europei. Nei primi mesi del 1991 altre ondate di profughi provenienti dall’Albania cominciarono a destare preoccupazione, mentre anche Molfetta diventò la meta di una imbarcazione contenente oltre cento persone. Sin da quei primi momenti don Tonino manifestò il suo vivo interesse di fronte al problema di dover garantire una giusta sistemazione ai profughi, e non venne meno il suo impegno nel sollecitare l’intera diocesi di Molfetta ad una vera e propria catena di solidarietà. Non si riuscì a risolvere definitivamente il problema perché, nella prima decade di agosto, l’ennesima “invasione” di albanesi mise in crisi il Ministero della Protezione civile e quello degli Interni, nonché le autorità politiche e civili delle città costiere della Puglia. Migliaia di albanesi vennero stipati a Bari nello stadio “Della Vittoria”, mentre altri ancora furono lasciati sul molo del porto. La polizia aveva il suo bel daffare a controllare la situazione ricorrendo volentieri all’uso dei manganelli e di altri mezzi repressivi. Una generale massa corporea si estendeva per tutto lo stadio, senza acqua, cibo e quant’altro possa servire per “sopravvivere” a quelle condizioni in un clima caldissimo e afoso. Soprattutto in quella circostanza don Tonino non riuscì a darsi pace.
Era il 10 agosto 1991. Il vescovo molfettese si recò di persona a Bari riuscendo ad entrare nel vecchio stadio del capoluogo pugliese. Una scena allucinante apparve ai sui occhi. Donne, giovani, bambini e vecchi svenivano per insolazione o per disidratazione. Don Tonino è in mezzo a quella gente e soffre con loro, ma soffre ancora di più quando si accorge dell’assenza ingiustificata del ministro della Protezione civile e di quello degli Interni. Tornato in episcopio, iniziò a scrivere diversi articoli di protesta per alcuni giornali nazionali e locali. Ancora una volta levò la sua voce a difesa dei più deboli, degli indifesi e degli umiliati. Ma all’onorevole Scotti, ministro degli Interni, non fu gradita la posizione del vescovo molfettese e, soddisfatto dell’“Operazione Sardegna” che riuscì a “rispedire” in Albania quasi tutti i profughi, beffò don Tonino pronunciando un antico esorcisma: «A peste, a fame et bello libera nos Domine». Don Tonino, a distanza di qualche mese dall’accaduto, scriverà una lettera al ministro Scotti manifestando il suo dispiacere per essere stato da lui deriso e beffeggiato: «Se nei giorni di agosto, al porto di Bari, ho parlato con franchezza e poi ho scritto su Avvenire ciò che pensavo, è perché ho visto con i miei occhi la violazione dei più elementari diritti umani. Era il minimo che si potesse dire. Del resto, nessuno poteva aspettarsi che un vescovo, davanti alle telecamere che riprendevano quelle allucinanti liturgie di sofferenza, potesse concedere l’indulgenza plenaria a ogni carica della polizia». Rivolgendosi ancora all’onorevole Scotti, don Tonino continuava: «Non vorrei apparirle preoccupato della mia immagine più di quanto non lo sia per la dignità dei poveri. Nell’economia della mia vita spirituale, mi sta bene anche questa umiliazione. E, tutto sommato, la ringrazio. Desidero dirle, anzi, che non serberò nessun rancore nei suoi confronti e che, se da oggi le assicuro la mia preghiera al Signore perché la guidi in un lavoro così difficile per le sorti della nostra nazione, farò seguire i fatti alle parole. Anche stavolta».

Il testo della presente biografia è liberamente tratto dal libro di Sergio Magarelli, Don Tonino Bello Servo di Cristo sul passo degli ultimi, Luce & Vita, Molfetta 1996.