- 19 Novembre 2017
don Tonino, Vescovo - Home Page
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5. IL PASTORE



"Quando sono stato nominato Vescovo, mi hanno messo l'anello al dito, mi hanno dato il Pastorale tra le mani, la Bibbia, messo in testa la mitra. Sono i simboli del Vescovo. Sarebbe bene che si donassero al Vescovo una brocca, un catino ed un asciugatoio per lavare i piedi al mondo".

Durante l’intero episcopato don Tonino si recò due volte a Roma dal papa, per la visita “ad limina”. Tale appuntamento ha luogo, per tutti i vescovi, ogni cinque anni, un incontro che vuol essere una vera e propria verifica della situazione generale della diocesi. La prima volta che don Tonino incontrò Giovanni Paolo II fu nel dicembre del 1986: «Mi ha chiesto se in diocesi ci sono molti poveri», dirà don Tonino, «se le mie città sono violente. Se la speranza vi è di casa. Se i sacerdoti sono generosi fino alla follia. Se i laici vivono con autenticità i valori del Vangelo…». La seconda visita “ad limina” avvenne il 14 gennaio 1992, quando don Tonino era già malato. «Sono stato con lui, nel suo studio privato, per un quarto d’ora che lì per lì mi è parso un minuto», racconterà don Tonino. E ancora: «Mi ha domandato di voi, della vostra coerenza cristiana, delle difficoltà più grosse che incontrate in questa comune fatica del vivere. Si è interessato dei giovani, e mi ha chiesto che quota di speranza si portano nel cuore. Mi ha incaricato di far giungere ai poveri e ai sofferenti la sua solidarietà, e, mentre diceva queste cose, mi accorgevo che non c’era nulla di rituale nelle sue parole, che mi rigavano l’anima come la penna di un sismografo. Durante il colloquio privato mi sono permesso di dirgli che tutti i credenti della nostra diocesi gli vogliono bene, pregano incessantemente per lui, e gli promettono di seguire di più i suoi insegnamenti. Ho fatto bene?».
Il lavoro di vescovo nella diocesi di Molfetta fu caratterizzato anche dalle visite pastorali. Don Tonino frequentò tutte le parrocchie delle quattro città sostando una settimana in ciascuna di esse. La visita pastorale offre l’occasione al vescovo di verificare il lavoro e le attività che si svolgono nell’ambito di una parrocchia. Dà, inoltre, la possibilità di conoscere il quartiere con i relativi problemi sociali. Ebbene, don Tonino entrò in un rapporto diretto con i diversi gruppi associativi delle parrocchie diocesane, verificandone così lo stato di salute; frequentò le diverse categorie di lavoro dei parrocchiani; i professionisti, gli artigiani, i contadini; si recò nelle scuole, negli asili e nei circoli culturali; visitò gli ammalati e gli ospedali, e per tutti elargiva parole di conforto e di speranza. Le visite pastorali gli avevano dato pure la possibilità di intraprendere un dialogo epistolare con le diverse comunità incontrate, e attraverso il settimanale diocesano “Luce e Vita” don Tonino scriveva bellissime lettere che rappresentavano un po’ il bilancio delle sue verifiche. Così anche preferì lo stile epistolare per comunicare ai catechisti della diocesi i suoi messaggi. Nel periodo quaresimale, ogni mercoledì sera, prese la consuetudine di incontrarsi con i giovani in Cattedrale. E furono quegli incontri a far sì che gli stessi giovani s’innamorassero della sua travolgente parola, del suo fresco ed originale linguaggio, nonché della sua credibile testimonianza. Ci sono stati anche tantissimi momenti in cui il vescovo molfettese ha dato prova di estrema naturalezza, quella naturalezza che è riscontrabile in qualsiasi uomo. E perciò si divertiva a suonare la fisarmonica nei momenti di fraternità con amici, con i giovani, e con quanti gli rendevano visita nel suo appartamento vescovile. A calcio, con i ragazzi del seminario, avrebbe voluto giocare, ma lo frenava la paura di farsi male e poter così arrestare il suo impegno pastorale. Improvvisava divertenti giochi di gruppo con i bambini quando andava a trovarli negli asili. Si recava nelle palestre o sui campi da gioco per incoraggiare gli atleti, insegnando loro a comportarsi da veri sportivi. E per questa sua spontaneità, normalità e naturalezza, don Tonino riuscì a conquistare tantissima gente, fuorché una categoria di uomini, quelli a cui si attribuisce il termine “politico”.
Nessuno può mettere in discussione l’impegno di don Tonino Bello per la classe politica della diocesi. La sua attività di vescovo era anche per loro, per quelle persone interessate direttamente all’amministrazione della “cosa pubblica”. «Se uno mi chiedesse a bruciapelo “dammi una definizione di quel che dovrebbero essere i politici”», affermava don Tonino, «io risponderei subito: Operatori di pace». Ma il vescovo molfettese sapeva altrettanto bene che gli uomini politici tutt’altro possono definirsi all’infuori che operatori di pace, e perciò iniziò con loro un dibattito che sul piano dialettico fu quasi sempre acceso ed intenso. Prese così l’abitudine, sollecitato dall’Azione Cattolica locale, di incontrarsi con loro ogni Natale, ma per la “durezza” delle sue parole ogni anno sempre meno politici frequentavano quelle riunioni a tal punto che, dopo il 1988, don Tonino preferì registrare i suoi discorsi e inviarli attraverso un nastro a ciascun politico. Ciò lascia immaginare come il vescovo riusciva ad imporsi alla vecchia e tradizionale mentalità di intendere e fare politica, del resto lo dimostrano le parole delle sue riflessioni. «Oggi il vostro mestiere è fra i più ingrati e incompresi», dice don Tonino rivolgendosi ai politici. E ancora, «quando si parla di voi la gente corruga la fronte, ricorre alla battuta convenzionale, si sente autorizzata dal tacito consenso generale ad avanzare giudizi pesanti e, bene che vada, l’aggettivo più innocuo che appone alla parola “politica” è quella di “sporca”». Ma usava tonalità ancora più aspre quando analizzava da vicino la realtà politica locale, invitandola alla “sobrietà comunitaria”.
«I partiti si sono ubriacati», diceva, «non è più lo stato sociale, ma lo stato dei partiti. È urgente che i partiti si disintossichino dall’ubriacatura». E rivolgendosi direttamente ai politici, don Tonino domandava così: «Chi state servendo il bene comune o la carriera personale? Il popolo o lo stemma? Il municipio o la sezione? Il tricolore o la bandiera del partito? Un giorno il Signore vi chiederà conto se lo spirito che ha animato il vostro impegno politico è stato quello del servizio o quello del self-service». Non era sua intenzione però scoraggiare gli operatori della politica, anzi! Spiegava le sue comprensioni innanzi al loro scoraggiamento, e diceva che la politica è un’arte nobile e difficile, è un mestiere ingrato e incompreso; e a quanti travisavano le sue parole, don Tonino replicava che tra i suoi tanti doveri c’era pure quello di fornire «una manciata di provocazioni». Si trovava bene nei panni del profeta, ma non aveva alcuna intenzione di intromettersi nelle questioni squisitamente politiche. Più volte lo aveva ribadito che la distinzione di ruoli era a lui chiarissima. «Alle istituzioni tocca il compito di reggere, il compito dei reggitori, del re», affermava don Tonino, «e al vescovo tocca il compito del profeta. Non si può allora sopprimere il ruolo del governatore, di chi comanda, il ruolo di chi comanda è un ruolo difficile, come difficile il ruolo del profeta. Non è facile perché chi governa viene preso di mira dalle critiche della gente, chi fa il profeta viene preso di mira dal sorriso del benpensante. Il re ha il suo compito e il profeta ne ha un altro. Ma insieme devono provocare la crescita della città». Don Tonino non simpatizzava per nessun partito politico e chiunque, politico o no, non può dire di essergli stato particolarmente vicino ideologicamente. Il vescovo molfettese aderiva soltanto al Vangelo, e il suo leader era Gesù Cristo. Per lui inoltre non esisteva nemmeno una politica cristiana, «c’era un modo cristiano di fare politica», ed era altresì convinto che «il consenso politico non si può esigere nel nome della fede, per cui in politica i cristiani devono ottenere il consenso non nel nome di Gesù Cristo ma nel nome del programma valido, della loro coerenza, della loro onestà…». Ciò vuol dire che per lui qualsiasi partito andava bene purché realizzasse una politica giusta. E per politica giusta intendeva il raggiungimento di una “pietà comunitaria”. Il compito, però, di ricostruire l’uomo e la sua città non spetta soltanto alla classe politica, don Tonino era consapevole di questo, e per lui soprattutto la Chiesa «deve andare in città», deve cioè, «riversarsi nelle strade come dice il Vangelo e richiamare ciechi, storpi, sordi, per invitarli tutti al banchetto del Regno». Ma per questo occorre una Chiesa che adoperi la povertà come metodo. E qui, in questa ottica don Tonino impegnò gran parte della sua vita e del suo magistero episcopale per additare un rinnovamento, un profondo cambiamento all’interno della stessa Chiesa. Per lui bastava una Chiesa «sicura solo del suo Signore e per il resto debole. Una Chiesa che mangia il pane amaro del mondo, una Chiesa povera, semplice, mite, che condivide con i comuni mortali la più lancinante delle loro sofferenze: quelle della insicurezza».

Il testo della presente biografia è liberamente tratto dal libro di Sergio Magarelli, Don Tonino Bello Servo di Cristo sul passo degli ultimi, Luce & Vita, Molfetta 1996.