- 21 Settembre 2017
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4. PAX CHRISTI



"Non ci potrà mai essere pace finché i beni della terra sono così ingiustamente distribuiti. La guerra non è solo il tuono dei cannoni o l'esplosione delle atomiche, ma la semplice esistenza di questo violento sistema economico".

Per il vescovo di Molfetta gli impegni cominciarono a moltiplicarsi sul finire del 1985, quando la nomina a presidente di Pax Christi lo vedrà protagonista di tante battaglie a difesa della pace. Fu il cardinale Ballestrero, all’epoca Presidente del consiglio permanente della CEI (Conferenza Episcopale Italiana), a promuovere don Tonino Bello alla guida di quel movimento cattolico internazionale. La scelta su quella nomina non era stata del tutto facile. Basti pensare che dal 1978 al 1985 nessun vescovo aveva occupato quel ruolo lasciato libero da monsignore Luigi Bettazzi. Sei anni di attesa, dunque, lasciano supporre come don Tonino Bello sia stato scelto perché ritenuto l’uomo giusto al posto giusto. Ed i fatti lo dimostreranno subito.
Nemmeno il tempo di insediarsi alla guida di Pax Christi, che don Tonino veniva coinvolto, seppure alla larga, da polemiche le cui origini si trascinavano ormai da tempo: obiezione di coscienza al servizio militare, obiezione fiscale, guerra alla guerra, erano i temi scottanti di un accesissimo confronto dialettico tra Stato ed Associazioni pacifiste. E le difese di don Tonino nei confronti di monsignor Bettazzi, l’unico vero bersaglio della stampa particolarmente laica, lo indussero a scontrarsi con Indro Montanelli, famoso giornalista che allora dirigeva “Il Giornale”, il quale attraverso l’articolo di fondo apparso il 4 febbraio 1986 ridicolizzava Bettazzi. Furono, perciò, molte le delusioni che il vescovo molfettese collezionò a causa del suo immenso impegno pacifista. D’altronde faceva il suo dovere di vescovo, difendeva e promuoveva il nome della Pace contrapponendolo a quello della guerra, delle armi, della violenza.
L’impegno di don Tonino a difesa della pace si evidenziò anche nell’ambito locale. Infatti, una delibera del Consiglio Regionale di Puglia del 1983 concedeva l’autorizzazione per la costruzione di alcuni poligoni militari su una vasta zona della Murgia. Non è difficile immaginare la protesta e la contestazione dei contadini, proprietari delle terre che dovevano ospitare le esercitazioni militari. Don Tonino iniziò subito a prendere provvedimenti. Partecipò alla marcia organizzata per protestare contro quella decisione, animò incontri e dibattiti e, infine, prese carta e penna e scrisse un appello, nell’aprile del 1986, a tutti i componenti del Consiglio Regionale: «A voi, politici, di cui pure comprendiamo la sofferenza e intuiamo le perplessità, chiediamo di mostrare che la rete delle istituzioni non si è scollata dal sentire della gente. Che a voi preme ancora il bene comune. Coraggio. La revoca della delibera regionale dell’83, che assegnava gran parte della Murgia ai poligoni di tiro, significa che il sogno di Isaia è ancora possibile. Ed è certamente ancora possibile che sulla nostra terra, pur riarsa dal sole e bruciata dalla sete, il grano della pace diventi pane».
Al tirocinio seguì la teoria. Fu questo il principio che caratterizzò sempre il vescovo molfettese, che darà vita anche ad una “letteratura della pace”. È vero che il suo esempio precedeva sempre la parola, ma è altrettanto vero che quella sua parola, impetuosa e travolgente, era sorgente di bellissime frasi oltre che di credibilità; per molti soltanto utopia. La pace, diceva il vescovo monsignor Bello, «non è un semplice vocabolo, ma un vocabolario». E perciò i suoi discorsi, le sue omelie, le sue preghiere erano orientate a mettere in luce i diversi significati della pace. «Sul terreno della pace», ribadiva don Tonino, «non ci sarà mai un fischio finale che chiuda la partita: bisognerà sempre giocare ulteriori tempi supplementari». La pace era per lui un cammino, «e per giunta in salita»; era il perdono, «solo chi perdona può parlare di pace e teorizzare sulla non violenza»; la pace per don Tonino era solidarietà, «non è solo il silenzio delle armi, o l’isolamento di chi non manca di nulla. La pace è comunione»; la pace era soprattutto verità, «chi ama la pace non ha paura di dire come stanno le cose, anche quando le sue parole rovinano la digestione dei potenti».
Ma don Tonino sapeva altresì bene quale pace additare agli uomini. Era consapevole che «la pace la vogliono tutti, anche i criminali, perché nessuno è così spudoratamente perverso, da dichiararsi amante della guerra». Per questa ragione invitava tutti a «non scommettere sulla pace non connotata da scelte storiche concrete, perché è un bluff»; a non fidarsi della pace «che prenda le distanze dalla giustizia, perché è peggio della guerra»; a non promuovere una pace «che si proclami estranea al problema della salvaguardia del creato, perché è amputata»; a non scommettere, inoltre, sulla pace «che sorrida sulla radicalità della non violenza, perché è infida»; a non osare una pace «che non provochi sofferenza, perché è sterile»; e, infine, don Tonino affermava di non scommettere «sulla pace come “prodotto finito”, perché scoraggia». La sua credibilità aveva conquistato il popolo della pace. Da ogni parte d’Italia lo invitavano a tenere conferenze. Andò a Rocca di Papa, a Verona, a Prato e ad altre città ancora.
L’impegno per la pace, seppure sia stato il lato forte del ministero episcopale, non ha però messo in ombra altri aspetti determinanti di don Tonino. Il suo lavoro di vescovo nella Chiesa locale, per esempio, merita di essere analizzato per quanto ha saputo condensare nei suoi progetti pastorali e non solo. Il documento più importante che racchiude l’esigenza del vescovo molfettese di “riordinare” la diocesi, è: “Insieme alla sequela di Cristo sul passo degli ultimi”. Sono tre le ragioni di questo progetto pastorale, e che don Tonino definisce “luci di posizione”: evangelizzazione, spiritualità, scelta degli ultimi. Occorreva innanzitutto privilegiare l’evangelizzazione, e questo per migliorare la qualità della vita cristiana. Ristabilire il primato della spiritualità era il secondo obiettivo e, infine, era necessario che ogni azione partisse dagli ultimi. Scriverà don Tonino che «i poveri sono il punto di partenza di ogni servizio da rendere all’uomo», e per questo bisogna «mettersi in corpo l’occhio del povero per condividere con gli ultimi la nostra ricchezza e la loro povertà; e per lottare con loro non basta il buon cuore, occorre il buon cervello, oltre che stimolare una formazione politica seria per il nostro popolo, senza la quale i poveri si trasformeranno in massa manovrabile da parte di coloro che hanno in mano le leve del potere economico, politico e culturale».
Da qui si può dedurre con facilità come il progetto sui poveri sia già un progetto di pace.

Il testo della presente biografia è liberamente tratto dal libro di Sergio Magarelli, Don Tonino Bello Servo di Cristo sul passo degli ultimi, Luce & Vita, Molfetta 1996.