- 19 Novembre 2017
don Tonino, Vescovo - Home Page
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3. LA NOMINA



"Se non insisto per essere liberato da questo onore e da questa responsabilità che mi spaventano, è perché temo di intralciare con i miei calcoli i disegni di Dio. Beatissimo Padre, mi rimetto alle sue decisioni quali che siano e chiedo sulla mia povera vita la sua paterna benedizione".

Tricase era in festa per l’arrivo del nuovo parroco. D’altronde don Tonino già conosceva molte persone di quel piccolo paese distante appena sette chilometri dalla sua Alessano. La gente lo accolse con tanto affetto, entusiasmo e mille attenzioni, considerandolo un figlio della propria terra. Tre anni di parroco a Tricase, nella parrocchia della Natività di Maria, basteranno per fare capire a “qualcuno” che quel ministero era soltanto una prova generale. Da quel gennaio del 1979 all’estate del 1982, don Tonino rivoluzionò il paese con il suo impegno dinamico, con scelte nuove e rinnovatrici, sforzandosi di applicare nel suo popolo gli insegnamenti che il Concilio Vaticano II aveva lasciato. I parrocchiani, la gente del paese, tutti avevano inteso che quel prete era diverso dagli altri, e perciò don Tonino cominciò a vedere la sua chiesa riempirsi di tantissime persone affascinate e conquistate dalle sue omelie. Talvolta quelle prediche gli servivano per lanciare “sferzate” ai politici e agli amministratori locali i quali, pur non risparmiandosi, rispondevano con battute bagnate al veleno. Intanto la popolarità di don Tonino cresceva. Anche i giovani di Tricase si lasciavano conquistare da lui, soprattutto i suoi alunni. Già, perché don Tonino insegnava e si incontrava tutti i giorni a scuola con i giovani, vivendo l’impegno scolastico non come un lavoro ma come una missione, come un momento di espansione e di verifica del suo ministero sacerdotale e pastorale.
Nel 1980 don Tonino dovette recarsi a Roma perché convocato dalla Congregazione dei vescovi. Qui incontrò il cardinale Sebastiano Baggio, Prefetto della Congregazione, il quale dopo un lungo colloquio gli propose la nomina a vescovo con destinazione Palmi, in Calabria. Quell’evento lo turbò, e non poco, ma alla fine decise di declinare la proposta. Non passò molto tempo da quel primo incontro che una seconda convocazione a Roma gli procurò la proposta di nomina a vescovo nella diocesi di Tursi, in Basilicata. Ancora una volta don Tonino non accettò l’invito, lo tormentava la sola idea di lasciare Tricase, la sua parrocchia, la sua gente che egli amava ma, soprattutto, la sua mamma ormai troppo anziana che, infatti, morirà nel novembre del 1981. L’anno successivo, a metà giugno, don Tonino ricevette la terza proposta. Era indeciso, ma propenso ad accettare la nomina, e il 10 agosto 1982 fu nominato vescovo di Molfetta, Giovinazzo e Terlizzi e, successivamente, anche di Ruvo di Puglia unita alle precedenti città “in persona episcopi” ed entrata a far parte della nuova diocesi il 30 settembre 1986. A Molfetta, la notizia fu data al clero interdiocesano il sabato del 4 settembre alle ore 12 da monsignor Aldo Garzia, che nel frattempo era stato trasferito nella diocesi di Gallipoli. Due giorni dopo, il 6 settembre, don Tonino conobbe di persona, nell’aula magna del seminario vescovile di Molfetta, il clero delle tre città della diocesi dicendo, con tono scherzoso, di aver voluto subito incontrare la «fidanzata che la Santa Sede gli aveva trovato per corrispondenza», e cioè la Chiesa di Molfetta. Il 19 settembre, invece, in tutte le chiese della diocesi fu letto il primo messaggio del nuovo vescovo Antonio Bello.
Iniziarono così i preparativi per la celebrazione di consacrazione episcopale, che avvenne a Tricase il 30 ottobre nei pressi della chiesa di San Domenico. Una immensa folla era convenuta in piazza Pisanelli. Dopo alcuni giorni dalla consacrazione, don Tonino dovette recarsi a Roma per prestare giuramento davanti al presidente della repubblica, Sandro Pertini. Oggi questo rito non ha più luogo con l’entrata in vigore dell’Accordo di Villa Madama del 1984. Pertini tenne un lungo colloquio con il nuovo vescovo di Molfetta, durante il quale rimase colpito dalla semplicità con cui il novello vescovo vestiva, e sbalordito nel vedere la croce pettorale fatta in legno, una cosa insolita per un vescovo, chiese spiegazioni in merito. Don Tonino, naturalmente, spiegando i motivi di quella sua scelta sollevò la croce dal petto e togliendola dal collo la pose nelle mani del Presidente facendone a lui dono. Di ritorno da Roma, don Tonino rimase qualche settimana ancora a Tricase per sistemare alcune faccende utili al suo trasferimento in Molfetta. Intanto era stato deciso che l’ingresso nella sua nuova Chiesa avvenisse il 21 novembre 1982. Gli ultimi preparativi, però, lo angosciavano, gli dispiaceva molto lasciare Tricase e la gente che amava. Nessuno ormai poteva più trattenerlo, don Tonino si accingeva a guidare la Chiesa di Molfetta. Molfetta si preparava ad accogliere il nuovo vescovo. L’ingresso nella diocesi avvenne il 21 novembre 1982, festa della presentazione di Maria al Tempio. È inutile nascondere la massiccia partecipazione e la curiosità dei fedeli convenuti in chiesa per quella rara occasione. Ma la convinzione che quel nuovo vescovo avrebbe “dirottato” la Chiesa molfettese verso altre strade, si ebbe durante l’omelia che don Tonino preparò per quella solenne cerimonia: «Eccomi, cari fratelli. Nel giorno della presentazione di Maria al Tempio, mi presento anch’io a questo tempio umano, fatto di pietre vive, glorioso di tradizioni di fede e di impegno, carico di storia e di cultura. Accoglietemi come fratello e amico, oltre che come padre e Pastore. Liberatemi da tutto ciò che può ingombrare la mia povertà».
Quelle non furono soltanto parole. L’azione seguì ben presto al pensiero. La gente imparò a conoscerlo per strada, nei locali pubblici, nel salone del barbiere. Si interessava dei problemi dei più sfortunati, impegnandosi in prima persona a risolverli. Un esempio eclatante che don Tonino riuscì a dare, a pochi mesi dalla sua elezione a vescovo, fu quando egli stesso partecipò allo sciopero che gli operai delle ferriere di Giovinazzo attuarono per la chiusura dello stabilimento. Nel suo messaggio assicurò loro «che la Chiesa ha un compito e una competenza che nessuno ci può contestare, quello di schierarci con gli ultimi. E in questo momento gli ultimi siete voi». Per gli operai in agitazione don Tonino prelevò undici milioni di lire dal fondo per la costruzione delle chiese; seguì l’intera vicenda, anche giudiziaria, tra lo stupore degli stessi operai, increduli a riconoscere quell’uomo nei panni di un vescovo, forse perché abituati ad altre concezioni di intendere e riconoscere un vescovo. Col passare dei mesi, don Tonino intensificò ulteriormente i suoi aiuti verso coloro che versavano in condizioni pietose. Aprì le porte del suo appartamento vescovile agli sfrattati, a chi aveva bisogno di una casa, di un po’ di pane, o anche solo di un po’ di affetto. E non lo faceva per pietismo, ma soltanto perché era convinto che dai poveri poteva venire la “salvezza”. La sua era e doveva essere una Chiesa povera, una Chiesa sempre al servizio di tutti. Da qui nascerà poi l’espressione che lo stesso don Tonino diede alla sua Chiesa: «Ed eccoci all’immagine che mi piace intitolare “la Chiesa del grembiule”. Che sembra un’immagine un tantino audace, discinta, provocante. Una fotografia leggermente scollacciata di Chiesa. Di quelle che non si espongono nelle vetrine per non far mormorare la gente e per evitare commenti pettegoli, ma che tutt’al più si confinano in un album di famiglia, a disposizione di pochi intimi…».
Continua don Tonino: «La chiesa del grembiule non totalizza indici altissimi di consenso. Nell’hit parade delle preferenze il ritratto meglio riuscito di Chiesa sembra essere quello che la rappresenta con il lezionario fra le mani, o con la casula addosso. Ma con quel cencio ai fianchi. Con quel catino nella destra e con quella brocca nella sinistra, con quel piglio vagamente ancillare, viene fuori proprio un’immagine che declassa la Chiesa al rango di fantesca». E il suo servizio era ormai evidente a tutti. Un impegno senza sosta. Fu lui a volere e a far nascere nel 1985, nei pressi della provinciale Ruvo-Terlizzi (oggi ubicata in località Calendano, frazione di Ruvo di Puglia), la C.A.S.A. (Comunità di Accoglienza e Solidarietà “Apulia”). L’obiettivo di quella iniziativa era, ed è tuttora, quello di recuperare e rieducare i giovani tossicodipendenti, preparandoli attraverso il lavoro ad un nuovo inserimento nella società. Molto lavoro fu svolto da don Tonino per quella preziosa iniziativa. Con la collaborazione di qualche sacerdote, don Tonino istituì a Ruvo una Casa di accoglienza per extracomunitari. A Molfetta, invece, per sua iniziativa nacque la “casa per la pace”. Erano le azioni, dunque, a precedere i discorsi, che perciò diventavano credibili. Per questa ragione era già entrato nel cuore della gente.

Il testo della presente biografia è liberamente tratto dal libro di Sergio Magarelli, Don Tonino Bello Servo di Cristo sul passo degli ultimi, Luce & Vita, Molfetta 1996.